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16-06-2016

NON COSTITUISCE CONSENSO INFORMATO IL RILASCIO DI UN DEPLIANT INFORMATIVO

Una cittadina siciliana ha citato in giudizio un chirurgo oftalmico dell'Azienda Ospedaliera-Policlinico Universitario di Messina per sentirlo condannare al risarcimento dei danni patiti (quantificati in lire 359.420.000) a seguito  di un intervento chirurgico di cheratomia radiale all'occhio destro, con ritocco di analogo intervento all'occhio sinistro, cui la paziente si era sottoposta poco prima presso la clinica oculistica dell'Università di Padova.

In conseguenza di complicanza insorte la paziente aveva avuto un peggioramento delle condizioni visive con una capacità visiva ridotta a 2/10 all’occhio destro e a 3/10 all’occhio sinistro ed un’invalidità permanente del 60%

La domanda veniva rigettata in primo grado e in appello, dove il Giudice, facendo proprie le valutazioni della C.T.U. affermava che "i disturbi manifestati dalla paziente (regressione dell'effetto correttivo inizialmente ottenuto, fotofobia, lacrimazione, senso di corpo estraneo e visione fluttuante)", insorti due anni dopo l'intervento chirurgico, erano "conseguenza diretta dell'intervento subito in Padova e Messina" ed erano "eventi possibili di rilevanza statistica in interventi eseguiti, come quello in esame, correttamente, avendo il secondo oculista effettuato una "corretta valutazione diagnostica preoperatoria seguita da tecnica chirurgica corretta ..., in modo tale da escludere negligenza, imperizia e imprudenza da parte dell'operatore".

La Corte d’Appello escludeva inoltre che la paziente non fosse stata adeguatamente informata dal chirurgo messinese sui "disturbi" poi manifestatisi dato che, in occasione della visita medica preliminare all'intervento, le venne consegnato un "dépliant", redatto dal chirurgo stesso, nel quale si evidenziava: "rientrano nella normalità, e sono più o meno transitori, fastidi quali lacrimazione, fotofobia anche intensa, fluttuazioni visive, abbagliamento. Tutti questi problemi tendono a scomparire entro qualche settimana. Il vero limite dell'intervento è una relativa imprevedibilità che potrebbe comportare un residuo difetto visivo, seppure di molto inferiore a quello di partenza"

La signora siciliana interpose quindi gravame avanti la Suprema Corte la quale ha accolto il ricorso con le seguenti motivazioni di diritto (Cassazione civile, sez. III, 04/02/2016 n. 2177).

La Suprema Corte, richiamandosi ad un orientamento giurisprudenziale consolidato, (tra le altre, Cass., 23 maggio 2001, n. 7027; Cass., 16 ottobre 2007, n. 21748; Cass. 9 febbraio 2010, n. 2847; Cass., 27 novembre 2012, n. 20984; Cass., 28 luglio 2011, n. 16453; Cass., 20 agosto 2013, n. 19220) ha preliminarmente rammentato come il consenso alla prestazione medica debba essere personale nonché reale ed effettivo.

Il consenso dev’essere poi pienamente consapevole e completo, ossia deve essere "informato", dovendo basarsi su informazioni dettagliate fornite dal medico, ciò implicando la piena conoscenza della natura dell'intervento medico e/o chirurgico, della sua portata ed estensione, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative.

A tal riguardo, si è puntualizzato che non adempie all'obbligo di fornire un valido ed esaustivo consenso informato il medico il quale ritenga di sottoporre al paziente, perchè lo sottoscriva, un modulo del tutto generico, da cui non sia possibile desumere con certezza che il paziente medesimo abbia ottenuto in modo esaustivo le suddette informazioni (Cass., 8 ottobre 2008, n. 24791). La motivazione della sentenza della Corte d’Appello impugnata confligge, secondo La Suprema Corte, con i richiamati principi avendo ritenuto sussistente la completezza dell'informazione in ordine all'intervento chirurgico di cheratosi radiale, anche per ciò che atteneva alle relative conseguenze pregiudizievoli, in evidente contraddizione, però, con l'effettiva portata del contenuto dell'opuscolo consegnato alla paziente, da porsi in correlazione con gli esiti dell'accertamento medico d'ufficio - che la stessa Corte territoriale fa propri, come premessa dell'ulteriore sviluppo argomentativo, a fondamento della decisione - là dove detto accertamento era nel senso che anche la complicanza della "regressione dell'effetto correttivo inizialmente ottenuto" era da ascriversi tra gli "eventi possibili di rilevanza statistica in interventi eseguiti, come quello in esame, correttamente".

La Corte territoriale, infatti, ha evidenziato che, attraverso la consegna da parte del C. alla R. di un "depliant informativo, dallo stesso oculista redatto", la paziente era stata adeguatamente informata sulla portata e sui rischi dell'intervento di cheratomia radiale (poi eseguito del tutto correttamente dal C.) e, segnatamente, sulle complicanze successivamente insorte a carico della stessa R., mancando però di considerare quella della regressione del visus - quale conseguenza pregiudizievole di maggior rilievo occorsa alla R. -, che nel predetto depliant non veniva indicata, essendo evento diametralmente opposto quello di un possibile "residuo difetto visivo, seppure di molto inferiore a quello di partenza".

La Suprema Corte pertanto cassa la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello di Messina.