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15-06-2016

LA VIOLAZIONE DEL CONSENSO INFORMATO COSTITUISCE FONTE AUTONOMA DI RISARCIMENTO

E’ quanto statuito dalla Suprema Corte con sent. n. 10414/2016 decidendo il ricorso di una paziente che, affetta da anni da crisi di cefalee, era stata sottoposta ad un intervento chirurgico di “settoetmoidosfenectomia decompressiva neurovascolare entronasale radicale di terzo grado”.

L’intervento non era stato risolutivo ma ,al contrario, aveva aggravato la situazione di salute della donna essendo insorte ulteriori e rilevanti problematiche.

La paziente aveva pertanto convenuto in giudizio il medico sostenendo non solo l’inadeguatezza dell’intervento effettuato oltre che la sua aggressività (avendo comportato l’asportazione di strutture anatomiche integre) ma sostenendo, altresì, la lesione del suo diritto ad essere adeguatamente informata circa i rischi dell’operazione e chiedendo, dunque, il risarcimento del danno biologico, di quello morale, esistenziale, estetico, relazionale, alla libertà personale e alla salute.

Ricorrendo in Cassazione la donna la donna lamenta il mancato riconoscimento, come autonoma voce di risarcimento, della lesione del diritto al consenso informato sostenendo che esso costituisca un danno autonomamente risarcibile a prescindere dal danno alla salute.

Il motivo è stato giudicato fondato dalla Suprema Corte che, nel solco di un orientamento giurisprudenziale consolidato, ha così argomentato:

“E' principio consolidato di questa Corte che in tema di attività medico-chirurgica, è risarcibile il danno cagionato dalla mancata acquisizione del consenso informato del paziente in ordine all'esecuzione di un intervento chirurgico, ancorchè esso apparisse, "ex ante", necessitato sul piano terapeutico e sia pure risultato, "ex post", integralmente risolutivo della patologia lamentata, integrando comunque, tale omissione dell'informazione, una privazione della libertà di autodeterminazione del paziente circa la sua persona, in quanto preclusiva della possibilità di esercitare tutte le opzioni relative all'espletamento dell'atto medico e di beneficiare della conseguente diminuzione della sofferenza psichica, senza che detti pregiudizi vengano in alcun modo compensati dall'esito favorevole dell'intervento (Cass. n. 12205/2015).

Infatti in materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, il consenso informato, inteso quale espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, impone che quest'ultimo fornisca al paziente, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l'intervento chirurgico che intende eseguire, con le relative modalità ed eventuali conseguenze, sia pure infrequenti, col solo limite dei rischi imprevedibili, ovvero degli esiti anomali, al limite del fortuito, che non assumono rilievo secondo l'"id quod plerumque accidit", in quanto, una volta realizzatisi, verrebbero comunque ad interrompere il necessario nesso di casualità tra l'intervento e l'evento lesivo (Cass. n. 27751/2013).

L'acquisizione del consenso informato del paziente, da parte del sanitario, costituisce prestazione altra e diversa rispetto a quella avente ad oggetto l'intervento terapeutico, di talchè l'errata esecuzione di quest'ultimo dà luogo ad un danno suscettibile di ulteriore e autonomo risarcimento rispetto a quello dovuto per la violazione dell'obbligo di informazione, anche in ragione della diversità dei diritti rispettivamente, all'autodeterminazione delle scelte terapeutiche ed all'integrità psicofisica - pregiudicati nelle due differenti ipotesi. (Cass. n. 2854/2015).